Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post

lunedì 31 gennaio 2022

Ri-Comincium

Ho avuto la fortuna, sere fa, di poter assistere al bello spettacolo di Ale e Franz Comincium.

Sono tre gag, di una mezz'oretta l'una in media, dai temi variegati.

Si va da "in nome di Greta Thunberg", esilarante pezzo sulle devianze del politically correct e dell'ecologismo d'accatto, fino a una riedizione dei "vecchietti" dedicato all'equivoco dell'anziano novantenne che scambia il richiamo vaccinale per un richiamo in servizio militare. In mezzo, un tipico pezzo da commedia degli equivoci sul rapporto donna-uomo con grandi differenze d'età.

Fra una gag e l'altra, una serie di tributi musicali a Gaber e Jannacci che ci rivelano qualità canore insospettate da parte del duo, cui presta l'appoggio fondamentale la splendida voce di Alice Grasso, che li affianca anche sulla scena.

La risata è garantita e la spontaneità dei protagonisti, che non si risparmiano quanto a improvvisazioni e interazioni col pubblico, assicura una serata di leggerezza, ma non priva di piccoli messaggi d'attualità, nel segno di un paio d'ore dedicate a un ritorno graduale alla normalità.

Stra-raccomandato.

mercoledì 27 settembre 2017

El pass del gatt



E' tanto che non scrivo recensioni.
Oggi, venendo al lavoro, ho ascoltato un pezzo che non sentivo da molto ed ho pensato che meritasse queste quattro righe.

Si tratta, lo vedete dal titolo del post, di "El pass del gatt", di Davide Van De Sfroos.

Di quel pezzo mi piacciono i toni, mi piace l'arrangiamento musicale, mi piace il testo e le parole.
Mi piace la malinconia, la tenerezza, il sogno, l'ambiente.

Per chi non abita nel varesotto o nei suoi dintorni non è probabilmente semplice comprenderne i significati ed apprezzarne la poesia.
Sarà perciò il caso che ne leggiate la traduzione più sotto.

E' una storia d'amore e di solitudine.
Ambientata in uno di quei "sit" di campagna come ce n'erano forse solo una volta, dove non "passa mai nissoen", di quelli in cui si cresceva "to do like your daddy done", per citare un altro pezzo che mi vive nel cuore da sempre (penso di non dover linkare la citazione, vero?).

E' una storia di formazione e di attenzione per il diverso, per il solitario, da cui emergono potenti anche i personaggi dello sfondo, come quei vecchi che non solo ti immagini, ma te li vedi davanti, "a giügà ai caart là dedrée a’n tratuur" e con una carezza anche per "tucc i oltri" per cui "gh’è dumà’l büceer". Senza compatirli, ma con un'infinita dolcezza.

Non sai se il vero protagonista sia l'io narrante "vegnüü graand, ma mea taant" in questo sit o se sia invece quella donna che entra ed esce dalla sua vita come dal suo mondo, col suo passato nero ma appena accennato e con quella passione che sembra nascere proprio dalla voglia di oblio, in questo luogo avulso dal mondo di fuori, che l'aveva portata perfino a provare l'esperienza della "presonn".

Non sai attraverso quali peripezie l'io narrante abbia coltivato giorno dopo giorno il suo amore, per certi versi forse senza futuro, così marcate da spingerlo a "basà una pianta propri nel punto due’ ho scrivüü’l soe nomm" e a sentire il profumo di lei ormai di casa là, in quel sit ove lei viene e va e dove lui invece trascorre i suoi giorni sempre uguali. Quei giorni in cui la differenza pare farla solo l'attesa "soel müür della ferruvia".

Ma sai che l'attesa di quei momenti insieme che chiude la ballata non è rassegnazione.
E' rispetto. 

"Ho imparaa a speciàla e poe lassàla na".

Buon ascolto.

 

Sun vegnüü graand ma mea taant
in questu siit in duve’l suu te sbrana
induè scapüscia anca la bissa
e induè’l tramuunt el g’ha mai prèsa

G’ho scià’n curtell
per tajà i stagion
o per lo mena per facch pagüüra
vo in giir adasi per mea fa’ pulver
e parli mai perché fa tropp cold

E ho fa’l bagn insema ai aspis
ho majà scerees o ho majà caden
gh’è anca una foto induè paar che ridi
ma l’è una smorfia per la tropa lüüs

E in questu siit passa mai nissoen
se ferma pioe gnanca ‘l tempuraal
ma me una sira ho basaa una dona
e de dree a una pianta l’ha ma di’l so nomm

E sto in soel müür della ferruvia
quan che rüva un treno una volta al dé
perché una sira ho basaa una dona
e soe quela pianta ho scrivüü’l so nomm

E l’è ruada cu n’t el pass del gatt
senza culzètt e senza amiis
el so suriis l’era meza facia
l’oltra metà l’era una cicatriis

l’ha mai spiegà de induè la vegniva
l’ha mai parlà de quel anell al dii
ma’l tatuagg che g’han faa in presonn
me l’ho vedüü quaand l’ha trà fo i vestii

Strengéva foort e se lassavi streeng
cumè un ragn stremii muvevi i brasc che gh’eri
e me pareva de balà in un tango
tra l’erba salvia e tucc i pagn stendüü

E in questu siit passa mai nissoen
e anca se’l passa prema o poe’l ne va
ma quela sira ho fa’l giir del muund
o forsi ‘l muund l’ha faa ‘l giir de me

E smorzi ‘l suu cunt una cicada
speci la nocc per tajacch el coll
e m’ hann vedüü anca basà una pianta
propri nel punta due’ ho scrivüü’l soe nomm

Quaivoen se sfoga a catà i magiustri
a giügà ai caart là dedrée a’n tratuur
quaivoen el dorma sura a una gazzetta
per tucc i oltri gh’è dumà’l büceer

E in questu siit passa mai nissoen
ma’l soe prufoemm urmai l’è che de ca’
ogni taant la rüa ogni taant la va
ho imparaa a speciàla e poe lassàla na
Sono diventato grande, ma mica tanto,
in questo posto dove il sole ti sbrana
dove scivola anche la biscia
e dove il tramonto non ha mai fretta

C’ho un coltello
per tagliare le stagioni
o perlomeno per fargli paura
Vado in giro piano per non far polvere
e non parlo mai perché fa troppo caldo

E ho fatto il bagno insieme agli aspidi
Ho mangiato ciliegie e ho mangiato catene
C’è anche una foto in cui sembra che rida
ma è una smorfia per la troppa luce

E in questo posto dove non passa mai nessuno
non si ferma più neanche il temporale
ma io una sera ho baciato una donna
e dietro un’albero mi ha detto il suo nome

E stò sul muro della ferrovia
quando arriva il treno una volta al giorno
perché una sera ho baciato una donna
e su quell’albero ho scritto il suo nome

È arrivata con il passo del gatto
senza calzini e senza amici
Il suo sorriso era mezza faccia
l’altra metà era una cicatrice

Non ha mai spiegato da dove venisse
non ha mai parlato di quell’anello al dito
ma il tatuaggio che le hanno fatto in prigione
io l’ho visto quando ha tolto i vestiti

Stringeva forte e si lasciava stringere
come un ragno spaventato muovevo le braccia
e mi sembrava di ballare un tango
tra l'erba slvia e tutti i panni stesi

E in questo posto non passa mai nessuno
e anche se passa prima o poi se ne va
ma quella sera ho fatto il giro del mondo
o forse il mondo ha fatto il giro a me

E spengo il sole con uno sputo
aspetto la notte per tagliarle il collo
e mi hanno visto anche baciare una pianta
proprio nel punto in cui ho scritto il suo nome

Qualcuno si sfoga a raccogliere fragole
a giocare a carte lì dietro un trattore
qualcuno dorme sopra una "gazzetta"
per tutti gli altri c’è solo il bicchiere

E in questo posto non passa mai nessuno
ma il suo profumo ormai qui è di casa
ogni tanto arriva, ogni tanto se ne va
Ho imparato ad aspettarla e poi lasciarla andare

sabato 8 febbraio 2014

Salute e Bugie, Salvo Di Grazia

Non è un'impresa facile quella in cui si cimenta Salvo Di Grazia, medico chirurgo specializzato in ostetricia e ginecologia, pubblicando "Salute e bugie", edito da Chiarelettere (qui, un estratto del libro).

In duecento e rotte pagine, l'autore raccoglie ed affronta le più svariate tematiche incontrate in anni di esperienza professionale e di appassionata attività di divulgazione sia attraverso riviste scientifiche che attraverso il web, con il noto e sempre più apprezzato blog Medbunker, di cui è autore, e la sua collaborazione a ilfattoquotidiano.

Lo fa naturalmente con quella compenza e quel garbo cui ci ha abituati sulle pagine di Medbunker e condendo la narrazione con quel pizzico di ironia che certo non guasta e che alleggerisce la lettura di pagine che, a volte, affrontano anche veri e propri drammi della storia della medicina e, quindi, del dolore di chi soffre.

Il libro si sviluppa attraverso tre grandi aree tematiche.

La prima è dedicata alle truffe della medicina: dai gadget pressoché inutili di cui traboccano le moderne farmacie, fino a casi gravissimi di portata planetaria come il noto caso Talidomide, senza scordare quelle situazioni in cui veri scienziati e veri medici si sono prestati ad autentiche truffe come quella che ha portato alla falsa credenza sul legame fra vaccini e autismo che ancor oggi impazza sul web, nonostante sia stata sconfessata ormai da anni.

La seconda area d'indagine è quella che Di Grazia dedica alle truffe della medicina alternativa. Ce n'è per tutti, dalle attività miliardarie dei venditori di semplici placebo (omeopatia e fiori di Bach in testa) alle varie forme di pranoterapia e naturopatia che, messe alla prova dei fatti, rivelano la loro inconsistenza sia in termini scientifici sia, ed è quel che più conta, in termini terapeutici.

C'è poi la terza grande area d'indagine, quella che riguarda i casi più eclatanti perché coinvolgono mali che sconvolgono la vita di chi li subisce come di coloro che gli stanno accanto: la truffa delle cure anticancro. In quest'ambito si spazia in molte direzioni, dagli scorpioni cubani, alle pinne di squalo, dal bicarbonato di Simoncini all'illusione della somatostatina di Di Bella, fino alle pericolose sirene della cosiddetta "Nuova Medicina Germanica". Non manca lo spazio da dedicare all'ultima grande bolla di sapone prodotta dalla faciloneria dei media: il famoso, ormai famigerato, "metodo" Stamina.

Abbondano, disseminati qua e là nel testo, i riferimenti agli aneddoti più goliardici, che rivelano la propensione dell'essere umano medio a credere a ciò che più gli farebbe piacere: bracciali del potere e anelli dell'immortalità, cristalli e diete miracolose.

Le affermazioni di Di Grazia, come ci ha abituati da sempre, sono tutte ben documentate, le referenze precise e i toni misurati ma decisi.
Un libro davvero utile per imparare a riconoscere le chiacchiere degli imbonitori e dei ciarlatani, sostenute solo da casistiche individuali spesso non documentate, paroloni altisonanti e termini pseudo-scientifici e mai da dati riscontrabili e fatti oggettivi.
Perché non si è mai liberi di scegliere se non si è correttamente informati.

Grazie, al solito, Dottor Di Grazia.

martedì 3 dicembre 2013

venerdì 15 novembre 2013

Confessions, di Kanae Minato

Devo ammettere di aver iniziato la lettura di Confessions di Kanae Minato trascinandomi appresso un piccolo carico di preconcetti personali sulla società giapponese.

Devo anche ammettere però che la lettura non me ne ha sconfessato neppure uno.
Ma non importa, perché non è la sola società giapponese ad uscire malconcia dalle pagine del racconto: è la società occidentale di oggi in toto, con le sue incoerenze macroscopiche e, forse, insanabili.

L'evento scatenante, il cuore della storia, si svolge ancor prima che inizi il racconto: la bimba di quattro anni della professoressa Moriguchi Yuko è morta. Ed è stata uccisa, ha scoperto lei pressoché per caso, proprio da due suoi studenti.

Il romanzo è un racconto visto da più angolazioni che ripercorre la genesi di questo orribile quanto assurdo omicidio (mi scuserete se non uso "femminicidio", ma sono sempre stato un personaggio poco à la page) e le sue conseguenze. 
La narrazione passa attraverso lo sguardo, il pensiero e le parole, i malesseri e le speranze, i sogni infranti, le delusioni e le illusioni dei protagonisti del gesto criminale e di coloro che vivono loro accanto.

Quel che fa male non è solo la barbarie dell'assassinio e neppure la futilità dei moventi. Non è nemmeno la giovanissima età della vittima o quella dei carnefici, adolescenti delle scuole medie.

Quel che davvero colpisce lo stomaco è il pensiero, di più, la consapevolezza, che qualcosa del genere potrebbe davvero capitare. E non solo nel lontano paese del sol levante, ma proprio qui, accanto a noi.
Perché l'abominevole normalità dei due piccoli assassini non è poi tanto lontana da quella di alcuni adolescenti nostrani e gli atteggiamenti deliranti delle loro famiglie si riscontrano facilmente un po' ovunque nella società occidentale contemporanea.

Da leggere con attenzione. E meditare bene.

Ah, dimenticavo: dal libro è stato tratto un film. Una sera di queste, appena la mia dolce somarella finirà la lettura del romanzo, mi ci butto.

mercoledì 29 maggio 2013

L'inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel regno di Francia

Ogni tanto, mi piace dedicare due righe a qualche tomo, romanzo o saggio che sia, che mi ha interessato per qualche ragione particolare e che magari non è conosciuto a livello globale.

Non servirebbe a molto, credo, scrivere la mia personale recensione ai Promessi Sposi, alla Divina Commedia, a It, al Signore degli Anelli o alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, anche se qualche tempo fa mi ha provocato un moto d'orgoglio sentirmi dire che circolano ancora alcune mie vecchie relazioni al liceo della mia città.
Ma magari può incuriosire qualcuno sentir parlare de "L'inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel regno di Francia", di Franz-Olivier Giesbert.

La storia è ambientata nel 1545, all'epoca di re Francesco I e del massacro dei Valdesi in Provenza, nelle zone del Luberon e della cittadina di Mérindol.
Il romanzo si snoda su entrambi i piani: la vicenda storica e quella di fantasia.

Lo sfondo, raccontato con una ricchezza di riferimenti storici e con una capacità espressiva che lo rende vivissimo, ci è fornito dalla drammatica persecuzione della comunità Valdese, condotta con una ferocia spietata. Pochi tra gli eretici troveranno scampo dalla morte, dalla prigionia, la tortura e il rogo.

Nel bel mezzo di questa sanguinosa settimana di eccidi, assai meno conosciuta dell'altrettanto cruenta Crociata degli Albigesi di qualche secolo prima, si muovono le vicende di un serial killer che uccide e fa a pezzi innocenti fanciulle, strappando loro il fegato.

Leggiamo così di pagina in pagina le cronache dell'indagine personale di Jeahan Dieu de La Viguerie, medico, anzi "medico e chirurgo del Re", come lui stesso ama definirsi, che si muove accanto e dentro gli accadimenti orridi che la Storia sta dipingendo attorno a lui, alla ricerca del criminale e nel tentativo comprendere l'enigma impensabile che si cela dietro a quelle morti assurde.

Incontrerà nel suo vagabondare inquisitori e assassini, condannati e carnefici, santi e manichei, nefandezze e sete di potere, ferocia e vendette e, nella furia del massacro, salverà una giovane valdese che gli donerà un amore difficile ma sincero. Man mano che la lettura procede, va scemando l'interesse per l'assassino delle fanciulle che aveva catturato il lettore all'inizio, di fronte alla dimensione delle vicende storiche e alla drammaticità delle avventure di Dieu, ma tornerà, in un finale che svelerà l'enigma in una soluzione probabilmente imprevista.

Messer Dieu non è solo chirurgo e avventuriero: le vicende della vita lo hanno portato a confrontarsi con la filosofia orientale al punto che lui stesso crede nella reincarnazione. Eretico tra gli eretici, tiene addirittura un diario in cui annota le esperienze capitategli nelle vite precedenti e che lo porterà ad affrontare lui stesso le attenzioni dell'Inquisizione.

Alla fine tutto sembrerà perduto: il lieto fine non potrà arridere a Jehan, non in un'epoca e in un contesto che conosce solo orrore. Ma non è con amarezza e delusione che si chiude il roimanzo, aprendo semmai uno sprazzo di vera immortalità alla giustizia e all'amore per l'umanità che è primo motore di messer Dieu: "Quanto alla sepoltura di Jean Dieu de La Viguerie, non è mai stata trovata, ma lui è dappertutto. Lo si scorge nello sguardo dei pastori. Palpita nelle erbe di Provenza. Giace nella carne del monte. Abita anche nel vento che passa..."

Ecco: quel sud della Francia che ha dato i natali ai trovatori e all'amor cortese, ci ricorda qui invece tutte le piaghe che la Storia ha impresso col fuoco e col sangue nei territori della Linguadoca e della Provenza. Qui c'è anche l'amore, con la sua forza più pura, ma ciò che prevale sono ferocia, avidità, opportunismo e l'ipocrisia che li maschera coi valori cristiani. Pagina dopo pagina ci si trova immersi in um mondo passato con orrori che stupiscono ancor più per la loro ordinarietà e la loro presunta normalità, con personaggi che emergono proprio per la morbosità degli aspetti più deteriori dell'animo umano.

E' proprio in questo l'amara attualità del romanzo: siamo sicuri di aver oltrepassato quei tempi, quel buio e quell'accettazione dell'orrore che è passiva complicità coi carnefici?

Qualcuno ha accostato l'opera, grazie anche alla scelta del linguaggio ricco di termini desueti e di toni arcaici, agli scritti di Eco e in particolare al Nome della Rosa, dato anche l'impianto giallistico del racconto, l'epoca dei fatti e la presenza costante e inquietante dell'Inquisizione. Personalmente invece, nonostante l'ambientazione comune e la formula del romanzo storico, non vi ho trovato granché del Nome della Rosa, né nei personaggi, né nella struttura, né nello stile. Anche il linguaggio è più crudo di quello di Eco, più vicino alla macelleria che permea il racconto.

Il mio pensiero semmai è corso subito alle Operette Morali che non c'entrano quasi nulla sul piano contenutistico ma che hanno in cumune i continui frammenti di riflessione che si intercalano lungo tutto il romanzo alla cronaca dei fatti, l'amore per l'umanità che muove ogni scelta di Dieu, persino l'omicidio, il raffronto costante dell'uomo con la Storia e col mondo che lo circonda e persino la ricerca formale di un registro espressivo alto, altissimo.
E' un parallelo assai azzardato il mio, non crocefiggetemi e prendetelo con mille pinze, ma è quel che mi è venuto d'istinto e ve lo offro per quel che vale.

"L'inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel regno di Francia" non è però solo riflessione e contesto storico, ma anche un buon romanzo per riempire una giornata piacevole.
Buona lettura.

martedì 16 aprile 2013

Il Colpevole - Lisa Ballantyne

C'è chi mi ha detto d'essere rimasto turbato dalla lettura di questa notevole prima opera di Lisa Ballantyne.

In effetti, non si può rimanere indifferenti alle due storie che si compenetrano vicendevolmente, quella di Sebastian, il ragazzino colpevole (o no?) di un terribile omicidio ai danni di un coetaneo, e quella del suo avvocato Daniel, sfuggito ad un possibile destino criminale grazie all'adozione nella prima adolescenza da parte di Minnie, donna sola e profondamente segnata dall'incidente che le è costato la vita della figlia e, indirettamente, del marito.

Ma non è la storia investigativa ad occupare l'attenzione del lettore così come dell'autrice. Delle indagini e del processo non importa se non come sfondo tragico per la vicenda umana del ragazzino presunto colpevole così come del ragazzo che, nell'anima dell'avvocato, riemerge tra ricordi, sensi di colpa e lacerazioni della coscienza e dei sentimenti.
Le due vicende si intersecano intimamente e l'approfondimento psicologico dei personaggi è tale da non permettere al lettore di rimanere neutro: è necessario prendere una posizione, che sia di simpatia o di disapprovazione, nei confronti delle scelte di vita di Daniel non meno che nei confronti del gesto criminale di cui è imputato Sebastian e della sua capacità di tener testa agli adulti che lo accusano.

Sebastian suscita spesso nel lettore sentimenti contrapposti. A volte intenerisce nella sua ingenuità e nella sua fragilità infantile, per poi rivelarsi, voltata la pagina, più freddo e cinico di quanto potrebbe essere persino il futuro adulto in lui. Che poi non è altri che Daniel. O, almeno, quest'ultimo vive la vicenda con questa sensazione martellante.

La storia che emerge dai ricordi di Daniel, che è la vera protagonista del romanzo, ruota attorno alla salvazione, al riscatto, ma anche alla tardiva, troppo tardiva, presa di coscienza del significato ultimo del "tradimento" di Minnie che lo ha spinto ad allontanarla dalla sua vita fino all'ultimo. Ed oltre.

E' difficile così stabilire chi sia davvero la vittima e chi il carnefice, chi sia "il colpevole", di fronte all'altalenarsi degli episodi e di fronte alla presenza inquietante di forze e di scelte contrapposte: la stampa che divora la storia e fa di Sebastian il colpevole a prescindere, la famiglia del ragazzo, con i suoi equilibri deviati, Minnie e i suoi errori, Daniel e la sua incapacità di perdonare e di comprendere per tempo.

Quel che è certo è che si tratta di uno di quei romanzi che si fanno leggere senza pausa, che inducono a voler cominciare subito il prossimo capitolo. E che, al di là della possibile prevedibilità del finale (due sono solo le soluzioni possibili, ed è ovvio fin da subito, per ridare equilibrio alla lacerazione interiore di Daniel) è impossibile non vivere la narrazione con quella sensazione di ansia che solo figure e vite dipinte a tinte così realistiche possono lasciare.

lunedì 4 febbraio 2013

Body Worlds

Il nome, probabilmente, non è nuovo a molti: Gunther von Hagens.
La sua Body Worlds è ancora per una decina di giorni a Milano alla Fabbrica del Vapore.

Siamo riusciti ieri finalmente a trovare la giornata giusta per una visita.
Dopo una coda chilometrica, entriamo finalmente nella Fabbrica del Vapore. L'atmosfera è quella che ci si aspetta: luci ben studiate, tranquillità, molta gente ma atteggiamenti composti e commenti interessanti. L'impressione è che la quota di "addetti ai lavori", medici, biologi, anatomisti, fosse particolarmente alta nel pubblico presente. Molti bambini, molti ragazzi, sinceramente affascinati e per nulla turbati dall'incanto di quei corpi plasticamente composti nei mille gesti della vita quotidiana.

L'esposizione aveva suscitato polemiche, mesi or sono, giunte anche all'attenzione dei giornali e del grande pubblico. In realtà non traspare alcun tipo di voyeurismo, nessun sottinteso macabro, nessuna forma di  compiacimento. Semmai una professionalità e un'attenzione spasmodica ai dettagli.

Una ricerca che sconfina facilmente nell'artistico nel disporre corpi che hanno raggiunto una loro forma d'immortalità e che sanno trasmettere tutta la tensione della vita, tutto il miracolo che sta dietro il gesto quotidiano, tutta la pienezza dell'attimo e dell'istante che fugge.

Uno spettacolo da vedere, scientificamente rilevante e capace di trasmettere con semplicità i mille dettagli delle meraviglie del corpo umano.
Ma anche uno spettacolo dell'anima e per l'anima. Perché è a noi, che li guardiamo, che deve giungere in pieno il messaggio che sta dietro alla ricerca anatomica: rispettiamo il nostro corpo e la nostra anima.

Sono troppo belli, troppo delicati, troppo incantati per abusarne con fumo, droghe e con l'insana vita di molte esistenze di oggi.

martedì 26 giugno 2012

Recensione: John Battista. Bufale...


John Battista.
BUFALE – Manuale di difesa contro le balle dei media
Editori Internazionali Riuniti
ISBN: 978-88-359-9125-0


Per chi si interessa dei presunti complotti sugli eventi dell'11 settembre 2001 l'autore non è certo un nome nuovo.

John Battista è infatti fra i principali debunkers italiani delle fandonie nate nel corso degli anni sull'argomento ed è autore della più completa e documentata ricostruzione in italiano dei fatti di quel giorno, l'ebook Crono911, liberamente scaricabile dal sito crono911.org. Chi frequenta il web, riconoscerà inoltre la firma e la prosa scorrevole di Battista fra gli autori del sito giornalettismo.com, dove cura la rubrica periodica "doktordebunker".

In quest'opera affronta una tematica quanto mai attuale: come difenderci dalla proliferazione di vere e proprie "bufale" mediatiche sui media tradizionali - stampa e televisione in primo luogo - e sui nuovi: web e social network.

E' sempre più importante infatti imparare ad affrontare la capacità del web di trasmettere ed amplificare convinzioni personali assolutamente infondate e addirittura vere e proprie falsificazioni come se fossero informazioni riservate e segretissime rivelazioni. In egual misura, assistiamo oggi ad una crescente diffusione di trasmissioni incentrate sulla divulgazione di questi stesse leggende metropolitane e bufale mediatiche.

L'alternativa è rimanere vittima degli incanti di imbonitori televisivi interessati più allo share e allo scoop che all'indagine giornalistica e di veri e propri "spacciatori della Verità" del web interessati a volte anche alla vera e propria manipolazione politica del lettore meno accorto.

L'autore affronta a titolo esemplificativo una rapida carrellata delle più diffuse bufale mediatiche categorizzate per ambiti. Ci troviamo così ad affrontare via via alieni, Moon hoax, Triangolo delle Bermuda, fanta-archeologia e pseudoscienza assieme a bufale giornalistiche più o meno note. Fino ad affrontare pseudocure mediche e bufale scientifiche e addirittura temi particolarmente scottanti dell'attualità e della storia recente come le convinzioni popolari entrate ormai nel sapere condiviso, quasi fossero autentiche verità, su eventi tragici come la strage di Ustica o gli attentati dell'11 settembre o ancora l'omicidio Kennedy.

Pur con qualche semplificazione - inevitabile per contenere le dimensioni del volume, giacché ognuna delle tematiche affrontate richiederebbe almeno un saggio dedicato a sviscerarne in modo compiuto ed esaustivo le falsità e i miti - l'analisi di John Battista è sempre efficace e concisa e affronta direttamente le più evidenti dimostrazioni della manipolazione degli eventi fattuali che sta alla base delle singole bufale e delle singole "balle dei media".

La prefazione di Paolo Attivissimo, curatore del noto "servizio antibufale" sul web e membro, come Battista, del Gruppo di ricercaUndicisettembre, aggiunge una chicca in più a un libro che dovrebbe essere consigliato specialmente ai più giovani come vaccinazione preventiva alle tante false verità propagandate dal web e dai media di oggi.

martedì 12 giugno 2012

Bufale, Manuale di difesa contro le balle dei media



Consiglio la lettura di questa recensione di "Bufale, Manuale di difesa contro le balle dei media" di John Battista (con la prefazione di Paolo Attivissimo).

Consiglio poi di tornare a rileggere questo mini post di segnalazione, perché conto quanto prima di integrarlo con la mia recensione personale.

E consiglio infine e soprattutto di leggere il libro.

Da consigliare a tutti e specialmente ai ragazzi, i più soggetti a bersi acriticamente le favolette e le vere e proprie balle che impestano i  media tradizionali e non.
Anzi: dovrebbe diventare un libro di testo nelle scuole!

domenica 26 giugno 2011

Preghiera per Černobyl'

26 aprile 1986.
Venticinque anni.
Quasi il tempo di dimezzamento del Cesio 137. Quasi.

Preghiera per Černobyl', di Svetlana Aleksievič, è una raccolta di storie, di interviste, di racconti.

Una raccolta di voci, monologhi solitari che a sprazzi si raccolgono in coro e che si precisano e si richiamano, si rincorrono e si sottendono, ripetendo innumerevoli versioni della medesime vicende di dolore che è il sentimento portante di ogni racconto.

Ci sono le mogli dei "liquidatori", ci sono i contadini, ci sono scienziati e militari, ci sono uomini dell'apparato e ci sono filosofi, ci sono gli anziani e ci sono i bambini.

C'è l'ignoranza di chi si chiedeva cosa mai potesse essere questa fantomatica "radiazione" che non si vede ma che fa del male. C'è il dolore infinito di chi ha perso i suoi cari. C'è l'abnegazione di chi si è sacrificato per fermare il mostro più in fretta possibile. C'è la coscienza vigile e eroica, proprio accanto alla totale ignoranza della proporzione del pericolo. C'è lo spirito indomito e la fede nell'idea e nel sistema propri dell'uomo sovietico, che vuole vincere anche questa guerra contro un nemico invisibile e c'è la colpevole negligenza degli apparati burocratici, più attenti al rispetto dei piani quinquennali che alla salute dei propri connazionali. C'è la pietà e l'indifferenza, la malattia e la sofferenza, la scienza e la filosofia, la propaganda e i segreti di stato, il fatalismo e la fede. C'è Dio e la tecnologia.
C'è tanta pietas e persino nostalgia.

Incredibilmente, c'è poca rabbia che pare quasi trasparire, più che dal dolore di chi ha sofferto, dai ricordi di chi in quegli apparati militava e prova il bisogno di difendere la sensatezza di scelte che all'uomo occidentale degli anni duemila non possono che apparire deliranti al limite della delinquenza.

Sono voci che parlano all'uomo di oggi e di domani della tragedia di ieri.

E' un libro crudo, duro ma non rabbioso, un libro che si lascia leggere a poche pagine per volta.
Un libro che si deve leggere.

mercoledì 2 giugno 2010

Un uomo solo.

"Ad esempio, le persone con le lentiggini non sono considerate una minoranza da quelle senza lentiggini. Non sono una minoranza nel senso in cui la intendiamo. Perché? Perché una minoranza si considera tale solo quando costituisce una minaccia, vera o presunta, per la maggioranza. Ma nessuna minaccia è mai del tutto presunta. Qualcuno qui non è d'accordo? Se non lo siete, domandatevi solo: cosa farebbe quella minoranza se all'improvviso, dall'oggi al domani, diventasse maggioranza? Capite cosa intendo? Bene, se non lo capite, pensateci su.

"Perfetto. Qui i liberal - inclusi più o meno tutti voi, credo - intervengono: le minoranza sono persone come noi! Certo, però persone, non angeli. Ovvio, sono come noi - ma non esattamente come noi; ecco qui l'isteria liberal che conosciamo anche troppo bene, quella che ti fa dire, non scherziamo, fra un nero e uno svedese non c'è alcuna differenza". Perché, perché George non ha osato dire "tra Estelle Oxford e Buddy Sorensen?". Se avesse osato, forse, ci sarebbe stata una risata oceanica, tutti si sarebbero abbracciati, e il regno dei cieli sarebbe cominciato proprio lì, nell'aula 278. Ma forse no.

"Dunque, prendiamone atto, le minoranze sono persone che probabilmente guardano, agiscono e pensano diversamente da noi, e hanno difetti che noi non abbiamo. Il loro modo di vedere le cose e di agire può non piacerci, e possiamo odiare le loro mancanze. Ed è meglio ammetterlo, anziché impiastricciare i nostri sentimenti con la melassa pseudoprogressista. Se siamo siceri con noi stessi, abbiamo una valvola di sicurezza, e se abbiamo una valvola di sicurezza, saremo meno inclini a perseguitare il prossimo... So che questa teoria oggi non è di moda. Continuiamo a credere che il modo migliore per togliersi dai piedi qualcosa sia di ignorarla, finché non sparisce.

"Dov'eravamo? Ah sì, ecco... Ora supponiamo che questa minoranza venga perseguitata per una ragione qualsiasi, politica, economica, psicologica - una ragione c'è sempre, per sbagliata che sia. Naturalmente la persecuzione in sé è un errore, sempre; sono certo che su questo siamo tutti d'accordo... ma il peggio viene adesso, perché qui incorriamo in un'altra eresia liberal. Poiché la maggioranza persecutrice è abietta, dice il liberal, è evidente che la minoranza perseguitata deve essere di una purezza liliale. Vi rendete conto della scemenza? Che senso ha proteggere i cattivi dalle persecuzioni dei peggiori? I cristiani nell'arena erano tutti santi? Tutti?

"E non è tutto. Ogni minoranza a suo modo è aggressiva. Provoca la maggioranza ad attaccarla. La odia - a ragion veduta, d'accordo. Ma odia anche le altre minoranze, perché le minoranza, fra loro, sono competitive; ciascuna afferma che le sue sofferenze sono le peggiori, e i torti che subisce i più infami. E più odiano, più vengono perseguitate, più si incattiviscono! Pensate che l'essere amati incattivisca? Non è vero, e lo sapete. Quindi perché essere detestati dovrebbe rabbonire? Quando vi perseguitano odiate ciò che vi sta capitando, odiate chi lo fa capitare; vivete in un mondo di odio. Su non riconoscereste l'amore in persona se lo incontraste! Sospettereste, pensereste che c'è sotto qualcosa - un secondo fine, un trucco...".

A questo punto George non sa più cosa ha provato o confutato, cosa sta cercando di dimostrare, e nemmeno di cosa sta parlando.
Spazio ai commenti.

Può forse essere utile un riferimento preciso:  Christopher Isherwood, Un uomo solo, Adelphi, 2010, pp. 56-57.  L'opera è del 1964.

Ma anche no. Non vi dirò di più. Né da quale contesto nascano le parole che Isherwood mette in bocca a George, il professore protagonista del romanzo, né quali siano i tratti caratteriali, culturali e psicologici di George medesimo.

Certo è che le parole che leggiamo in questa accorata lezione, come tutta l'opera del resto, si prestano a ispirare una gran bella matassa di pensierini.
Che lascio in fardello a voi, miei fidi pensatori, mentre ritorno ancora per qualche tempo alla mia piccola miniera...

giovedì 8 aprile 2010

Il vai e vieni della coscienza.

Sottotitolo: "Un ispettore in casa Birling"


Ho assistito recentemente alla bella pièce teatrale di John Boynton Priestley, magistralmente interpretata da Paolo Ferrari, Andrea Giordana e altri valenti attori, per la regia di Giancarlo Sepe.

Mi si dice - non la conoscevo, confesso - si tratti di un classico del teatro inglese. Una commedia, insieme thriller e dramma borghese, che sul filo sottile dell'ironia e della polemica dipinge la parodia dei modi dell'alta borghesia dei primi decenni del secolo appena trascorso, con l'occhio puntato alle ipocrisie generate dall'attenzione spasmodica all'apparire, invece che all'essere e al contrasto fra la bella vita dell'alta società e i disagi dei ceti poveri e dei lavoratori.


La trama: siamo nei primi anni trenta, la guerra trascorsa è ormai sbiadita e quella che verrà è ancora ben oltre l'orizzonte temporale della previdenza umana.

In un piccolo centro del tessuto industriale inglese, la famiglia Birling è raccolta in festa per l'occasione del fidanzamento della giovane figlia Sheila con un ancor più altolocato delfino di un altro impero industriale.

Sulla scena, assolutamente inaspettato, piomba l'ispettore di polizia Goole, interpretato da un eccellente Paolo Ferrari, che ha qualche domanda da porre al capofamiglia Arthur (Andrea Giordana) a proposito della morte di Eva Smith, una giovane donna suicidatasi quel giorno.

Le domande si susseguono a ritmo serrato e l'interrogatorio si sposta ad uno ad uno a tutti i membri della famiglia.
Non c'è un assassino, è ovvio, ma non per questo le colpe di quel suicidio non mancano di trasferirsi man mano su ciascuno dei membri della famiglia sui quali a turno si concentrano le domande argute dell'ispettore Goole. Le risposte quasi non servono perché l'ispettore pare sapere già bene quale sarà la colpa che verrà rivelata man mano da ognuno dei presenti. Così, di confessione in confessione, l'interrogatorio si protrae per una notte intera. La verità emerge e tutti risultano così avere qualcosa da nascondere, un peccato, un vizio, cosicché tutti risultano colpevoli, ognuno a modo suo, di aver contribuito a far avvicinare di un nuovo passo la povera Eva alla sua scelta sciagurata.

Il dubbio, l'angoscia morale si insinua negli animi più sensibili, quelli dei giovani figli di casa Birling, mentre i genitori e il più scafato fidanzato sanno più agevolmente ricorrere all'autocommiserazione e all'autogiustificazione.
La serata scardina piano piano le false sicurezze della famiglia Birling ne mette in crisi la coesione, gli affari, perfino il fidanzamento, mettendo a nudo le debolezze e le ambizioni individuali.

Al termine di questo infernale susseguirsi di rivelazioni il capofamiglia, Arthur, scoprirà che l'ispettore Goole non appartiene affatto al corpo di polizia e nessuno lo conosce. Ma c'è di più: nessuna donna è morta suicida quel giorno all'ospedale!
Il pericolo dello scandalo sembrerebbe scampato e molti dei partecipanti alla cena tirano un sospiro di sollievo. Ma anche se l'ispettore non esiste, la coscienza degli individui non si può più mettere a tacere, ora che le verità e le colpe di ciascuno sono state rivelate. Mentre la famiglia si divide in due fazioni, chi mira all'autoassoluzione e chi vuole cogliere l'occasione per nettarsi la coscienza, squilla il telefono: una donna è morta suicida, lasciando un diario dove racconta quanto ci ha già rivelato Goole. E un ispettore, ora, sta arrivando davvero.


La recitazione brillante di Paolo Ferrari e Andrea Giordana arricchisce di sapore una scenografia e una regia che giocano con le luci, con il movimento, con la musica e persino con effetti cinematografici.

L'opposizione fra le false sicurezze delle classi agiate e le difficoltà di persone più umili che sudano, soffrono e lottano quotidianamente contro la miseria e i disagi della vita quotidiana si alterna all'altrettanto vivido contrasto fra i vizi privati e le pubbliche virtù di una rispettabile famiglia della media borghesia, dove la coscienza si risveglia a tratti e a tratti affoga nella convenzione, nel comodo autoincensarsi, nell'autoassoluzione e nell'anestesia del sentimento.

Il tempo per lo spettatore scorre piacevolmente veloce. Al termine della commedia però, sorge spontanea una domanda inevitabile: quanti Birling esistono ancora oggi? Nella nostra società della finzione e dell'apparenza, non saranno forse addirittura personaggi in aumento dilagante?

martedì 16 febbraio 2010

Manuale di Investigazione

No, questo post non è un invito ad iscriversi al Corso per Investigatori di Misteri del CICAP, anche se certo non farebbe male col dilagare di questi ultimi anni delle paranoie complottiste sui media e persino tra le forze politiche: signoraggisti e sciecOmici ormai sono all'ultima moda. E vedrete che l'anno prossimo, col decennale degli attentati dell'undici settembre 2001, spunteranno fuori nuovamente "truthers" e "Venditori di Verità" di ogni colore, anche in senso politico.

Si tratta invece, molto più banalmente di un piccolo suggerimento per qualche ora di svago: avete mai letto un videogame?
Un adventure, per la precisione?

Ecco "Manuale di Investigazione", Berry Jedediah, Adelphi 2009, è, per un romanzo, quanto di più simile a un videogame di questa categoria.

Ordine contro disordine, bene contro male, in un'atmosfera che, come nei sogni e nelle fantasie della notte, gioca a confondere i ruoli e le polarità. Onirico, fin dalle prime batture, vi catapulterà in un mondo che a me ha ricordato un po' Gabriel Knight, ma molto più Grim Fandango e - non so bene perché - la primissima versione, quella per DOS, di Leisure Larry. Qualcuno di voi credo lo ricordi.

Non aspettatevi i Promessi Sposi o alta letteratura. E' un esperimento, un gioco, un sogno.
Interessante e divertente.
E, per chi vuole approfondire, rigorosamente dopo aver letto il romanzo, c'è anche un angolo di web dedicato al Terzo Archivio.

Buona lettura.

mercoledì 13 maggio 2009

L'eleganza del riccio


Tendo ad evitare romanzi scritti da autori di sesso femminile.
Non per atavica e becera misoginia, ma perché l'esperienza mi ha portato a notarvi una quasi costante vena narrativa che, dai più disparati generi letterari, tende invariabilmente al romanzo rosa.

Ad esempio la Cornwell, per citare un'autrice famosa, si cimenta in un genere letterario d'evasione, il giallo scientifico, che non mi dispiace intromettere nel mio stack di letture qua e là, tra un saggio e un'opera di narrativa un po' più impegnata. Eppure nei quattro o cinque suoi romanzi cui ho approcciato nel tempo non ho mai potuto non notare come protagonista reale del racconto fosse più la vita affettiva di Miss Scarpetta che non le sue indagini investigative.

Dopo questo lungo preambolo vengo al sodo.

Ne L'eleganza del riccio, commedia di Muriel Barbery e caso letterario francese del 2007, la trama sentimentale non è assente. Ma è tale la raffinatezza di linguaggio e la ricchezza di spunti che la vicenda romantica, nel senso rosa del termine, resta quello che é: una parte di una articolata vicenda umana e uno stimolo della mente più che dei sensi.
E' un'apertura dell'anima. E chi ha letto o leggerà il romanzo ne converrà.

Protagoniste assolute dell'opera sono Madame Michel, la portinaia dalla ricca cultura autodidatta - Renée, scopriremo pian piano - e Paoloma, ragazzina di famiglia altolocata alle prese con il suo lucido intelletto e con le grandi domande della vita. Due anime gemelle divise da pochi piani in termini di struttura muraria ma da secoli di spesse sovrastrutture sociali.
Che si incontraranno davvero solo grazie all'arrivo di un vero e proprio catalizzatore umano, un ricco giapponese, monsieur Ozu, personaggio un po' stereotipato ma che non manca di suscitare un sorriso di apprezzamento.

La prima parte del romanzo è di una lentezza a volte estenuante ed è solo introduttiva agli eventi che riempiono la seconda metà. Un lungo prologo che però non poteva mancare, giacché commedia del pensiero, dell'estetica, dell'anima e non dell'azione risulta essere l'opera.

Il finale non è quello che il lettore meno attento si aspetterebbe, ma non stupisce. E' la giusta e naturale chiosa alle vicende delle anime coinvolte nei fatti del numero 7 di Rue de Grenelle. Una scelta diversa da parte dell'autrice sarebbe stata scontata e priva di alcun interesse.

Non ci si immedesima nei protagonisti, quasi mai. E' una limitazione dell'opera e vien da chiedersi se sia questo un esito ricercato volontariamente dall'autrice, che pare interessata ad altro, o invece il frutto di uno stile letterario ancora non del tutto maturo.

IL romanzo è davvero ricco di spunti e di suggestioni letterarie e filosofiche: da Tolstoi a Marx, da Proust a Kant, per tacere di qualche neanche troppo vaga allusione nietschiana. Manca in questo senso approfondimento autentico, ma non mi pare mai che sia a questo che miri l'autrice.

C'è invece una costante e lenta migrazione dalla prima parte, fatta di riflessione e osservazione arguta dei modi e dei caratteri dei componenti l'ecosistema del palazzo attraverso gli occhi paralleli delle due protagoniste, alla seconda in cui le trame della vita e, soprattutto, l'anima umana prorompono fuori dalla prigione in cui erano stati rinchiuse per vie e modi diversi da entrambe.

Insomma, una lettura da evitare con cura se si cerca evasione e avventura o non si è disposti a tollerare quella quota di presunzione e supponenza che un'autrice colta lascia trasparire nei caratteri dei suoi due personaggi chiave e quell'aspetto di stereotipo un po' semplicistico proprio degli altri personaggi, per nulla disegnati a tutto tondo.

Ma da leggere con gusto se si ha voglia di un riassunto in chiave culturaleggiante dei contrasti che possono pervadere l'animo umano e di farsi solleticare da pensieri che presto o tardi tutti affrontano nel corso della loro esistenza.

Mi scusino i miai venti lettori se sono stato qua e là criptico nel dipingere il romanzo: le riflessioni più interessanti non possono prescindere dalle sue ultime pagine e non vorrei guastare a qualcuno il piacere della lettura.

domenica 22 marzo 2009

Vergine Madre



Mi è capitata per le mani stamattina la registrazione di uno splendido spettacolo di Lucilla Giagnoni presentato da Rai2 un paio d'anni fa e che ebbi la fortuna di vedere dal vivo in un'altra occasione: Vergine Madre.

“Vergine madre, figlia del tuo figlio” è l'incipit del trentatreesimo canto del Paradiso.

Le stesse parole usa Lucilla Giagnoni per iniziare il suo viaggio, un vero e proprio pellegrinaggio attraverso sei tappe nella Commedia dantesca.
Dal primo canto dell'Inferno, Lucilla ci guida passo passo attraverso le emozioni di Dante viaggiatore e quelle di Virgilio sua guida all'incontro di Francesca da Rimini, Ulisse, Ugolino, Piccarda Donati e, naturalmente, la Vergine Maria, la Madre.

Quella che si disegna innanzi ai nostri occhi e attraverso la splendida interpretazione della Giagnoni, è una famiglia completa: la Donna, l'Uomo, il Padre e i suoi figli, la Bambina, la Madre (approfondisce bene questo aspetto questa recensione ).

E l'opera della Giagnoni non è solo l'ennesima bella lettura, l'ennesimo bel commento del più grande capolavoro della nostra letteratura, perché da ogni figura Lucilla trae spunto per far volare storie ed emozioni che nascono dalle pieghe dei personaggi che via via incontra nel suo viaggio personale tra le pagine della Commedia.

Sono parole incantate e incantevoli: davvero un consiglio per chi voglia provare la passione autentica della Giagnoni per il capolavoro dantesco e scoprire quali riflessioni l'autrice sappia trarre dalle figure poetiche che sa così bene evocare.

lunedì 12 gennaio 2009

Inquisizione


Paura, eh...

Il titolo del post farebbe pensare a chissà quali orrori, a chissà quali abissi della mente e della libertà.
E ce ne sarebbero gli estremi, visto l'argomento.

Confesso anche di avere sempre più spesso l'impressione che siano crescenti e manifeste nella nostra epoca alcune mozioni oscurantiste, di censura e di chiusura negli stereotipi più banali e obsoleti da parte di larghi strati della società: l'argomento torna perciò forzatamente in primo piano, fortunatamente senza più cavalletti e altri strumenti di tortura.

Tuttavia, voglio solo parlarvi di un libro: Inquisizione, il regno della paura, Green Toby, Armenia, 2008.

E' un'opera interessante per l'approccio, tutto dedicato ad approfondire gli obiettivi, il modus operandi e l'evoluzione, per meglio dire, l'involuzione di quella particolare istituzione che fu l'inquisizione spagnola attraverso l'esame di un ampio spettro casistico.

A differenza di quella romana e di quella medioevale, l'inquisizione spagnola nacque nel 1478 per iniziativa diretta della corona, nelle persone di Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia, assumendo così fin dalla sua fondazione un ruolo ed un legame profondo col potere politico del paese.

Il libro analizza l'evoluzione dell'istituzione spagnola che svolse per quasi quattro secoli un'opera di repressione sistematica e capillare su tutto l'impero spagnolo, dalla madrepatria alle colonie d'oltremare, oltre che quella dell'inquisizione portoghese, in parte, ma solo in parte, meno invasiva.

In mancanza di eresie vere e proprie da combattere, essa concentrò la sua attenzione dapprima alla ortodossia dei marrani, gli ebrei convertiti, e poi a quella dei moriscos, i musulmani convertiti, giungendo piano piano a pervadere ogni aspetto della vita sociale del paese anche degli stessi "vecchi cristiani", al punto di risultare tra i principali responsabile dell'arretratezza culturale e scientifica della spagna del XVIII e XIX secolo con la sua opposizione all'illuminismo e ad ogni forma di apertura verso le nuove idee che altrove riscuotevano successo e risvegliavano gli animi della società e degli individui.

L'autore analizza con attenzione le motivazioni e gli effetti storici, sociali e psicologici dell'istituzione fino a descriverne le derive nevrotiche e paranoidi e gli impatti sulla vita quotidiana dei singoli individui, con una cura minuziosa per la ricostruzione storica e la ricerca delle fonti.

E fino a farne pietra di paragone per i sistemi totalitari che hanno tristemente fatto la storia del secolo appena trascorso.

Homo omini lupus.