mercoledì 13 maggio 2009

L'eleganza del riccio


Tendo ad evitare romanzi scritti da autori di sesso femminile.
Non per atavica e becera misoginia, ma perché l'esperienza mi ha portato a notarvi una quasi costante vena narrativa che, dai più disparati generi letterari, tende invariabilmente al romanzo rosa.

Ad esempio la Cornwell, per citare un'autrice famosa, si cimenta in un genere letterario d'evasione, il giallo scientifico, che non mi dispiace intromettere nel mio stack di letture qua e là, tra un saggio e un'opera di narrativa un po' più impegnata. Eppure nei quattro o cinque suoi romanzi cui ho approcciato nel tempo non ho mai potuto non notare come protagonista reale del racconto fosse più la vita affettiva di Miss Scarpetta che non le sue indagini investigative.

Dopo questo lungo preambolo vengo al sodo.

Ne L'eleganza del riccio, commedia di Muriel Barbery e caso letterario francese del 2007, la trama sentimentale non è assente. Ma è tale la raffinatezza di linguaggio e la ricchezza di spunti che la vicenda romantica, nel senso rosa del termine, resta quello che é: una parte di una articolata vicenda umana e uno stimolo della mente più che dei sensi.
E' un'apertura dell'anima. E chi ha letto o leggerà il romanzo ne converrà.

Protagoniste assolute dell'opera sono Madame Michel, la portinaia dalla ricca cultura autodidatta - Renée, scopriremo pian piano - e Paoloma, ragazzina di famiglia altolocata alle prese con il suo lucido intelletto e con le grandi domande della vita. Due anime gemelle divise da pochi piani in termini di struttura muraria ma da secoli di spesse sovrastrutture sociali.
Che si incontraranno davvero solo grazie all'arrivo di un vero e proprio catalizzatore umano, un ricco giapponese, monsieur Ozu, personaggio un po' stereotipato ma che non manca di suscitare un sorriso di apprezzamento.

La prima parte del romanzo è di una lentezza a volte estenuante ed è solo introduttiva agli eventi che riempiono la seconda metà. Un lungo prologo che però non poteva mancare, giacché commedia del pensiero, dell'estetica, dell'anima e non dell'azione risulta essere l'opera.

Il finale non è quello che il lettore meno attento si aspetterebbe, ma non stupisce. E' la giusta e naturale chiosa alle vicende delle anime coinvolte nei fatti del numero 7 di Rue de Grenelle. Una scelta diversa da parte dell'autrice sarebbe stata scontata e priva di alcun interesse.

Non ci si immedesima nei protagonisti, quasi mai. E' una limitazione dell'opera e vien da chiedersi se sia questo un esito ricercato volontariamente dall'autrice, che pare interessata ad altro, o invece il frutto di uno stile letterario ancora non del tutto maturo.

IL romanzo è davvero ricco di spunti e di suggestioni letterarie e filosofiche: da Tolstoi a Marx, da Proust a Kant, per tacere di qualche neanche troppo vaga allusione nietschiana. Manca in questo senso approfondimento autentico, ma non mi pare mai che sia a questo che miri l'autrice.

C'è invece una costante e lenta migrazione dalla prima parte, fatta di riflessione e osservazione arguta dei modi e dei caratteri dei componenti l'ecosistema del palazzo attraverso gli occhi paralleli delle due protagoniste, alla seconda in cui le trame della vita e, soprattutto, l'anima umana prorompono fuori dalla prigione in cui erano stati rinchiuse per vie e modi diversi da entrambe.

Insomma, una lettura da evitare con cura se si cerca evasione e avventura o non si è disposti a tollerare quella quota di presunzione e supponenza che un'autrice colta lascia trasparire nei caratteri dei suoi due personaggi chiave e quell'aspetto di stereotipo un po' semplicistico proprio degli altri personaggi, per nulla disegnati a tutto tondo.

Ma da leggere con gusto se si ha voglia di un riassunto in chiave culturaleggiante dei contrasti che possono pervadere l'animo umano e di farsi solleticare da pensieri che presto o tardi tutti affrontano nel corso della loro esistenza.

Mi scusino i miai venti lettori se sono stato qua e là criptico nel dipingere il romanzo: le riflessioni più interessanti non possono prescindere dalle sue ultime pagine e non vorrei guastare a qualcuno il piacere della lettura.

6 commenti:

Slowly ha detto...

EH???

O_o

Thomas Morton ha detto...

L'ha letto mia moglie. Mi lesse ad alta voce le prime pagine che parlavano di Kant per sapere cosa ne pensavo, ma ricordo che lo trovai un po' irritante.

brain_use ha detto...

Sì a entrambe le cose.
Anch'io l'ho letto su istigazione della mia dolce metà.
Anch'io l'ho trovato un po' irritante e supponente.

Poi, però, proseguendo con la lettura, ne ho apprezzato alcune sfumature.

E anche se, ribadisco, non sono del tutto certo che l'autrice abbia volontariamente seguito un certo tipo di percorso nella stesura del romanzo, vale comunque lo sforzo.

BigRedCat ha detto...

Non posso leggere questa roba. Sono troppo preso con l'ultimo di Giorgio Pattera!

usa-free ha detto...

Ma alla fine l'assassino è il maggiordomo!? O_o

brain_use ha detto...

@usa-free: come l'hai capito? ;)