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lunedì 27 maggio 2019

Piccole storie di miopie assortite

C'era una volta un partitino che faceva del cielodurismo e del "tel chi el telun" il cuore del suo pensiero lombardo-padano.

Per poter sopravvivere, il partitino si era assoggettato alle dipendenze di un noto imbonitore televisivo che, dopo che una sorta di golpe pseudo-giudiziario aveva fatto fuori i suoi referenti politici della "Prima Repubblica", aveva deciso di conquistare il cuore dell'elettorato italiota a suon di portieri del Milan e di decerebrati tette e muscoli da mostrare nella casa del "grande fardello". Riuscendoci, ovviamente.

Passano gli anni e il partitino, incapace di scavarsi una qualifica nazionale in un paese eternamente diviso in due tronconi di cui era semplicemente l'espressione visibile, continua a vivacchiare all'ombra del padre-patron. Fino a quando, col crollo delle fortune mediatico-politiche del medesimo, in seguito all'avvento di Sky, dello streaming pirata sul web e della migrazione dei decerebrati dal grande fardello ai filmini su tu-tubo, il partitino non rischia di sprofondare al ruolo di consigliere comunale a Casalpusterlengo.

Ma la fortuna aiuta... i fortunati e i nuovi dominatori dell'orizzonte politico della penisola, sfuggiti agli scandali coop e similari e astri nascenti del votante medio, forniscono al partitino l'occasione di sdoganarsi come nazional-popolare: sull'onda (è il caso di dirlo) di evidenti necessità umanitarie innescate dai migranti clandestini, decidono di fare il passo più lungo della gamba e trasformare la ex regia marina in un servizio taxi sulla tratta Tripoli-Lampedusa (dando anche corpo al sospetto che qualcuno potesse pure guadagnarci sopra...).

E fu così che il capitano del partitino colse al volo l'occasione per spostare l'attenzione dello xenofobo da bar-sport dal contesto "polentoni" vs "terroni" al contesto "italioti" vs "clandestini". Mossa vincente: dopo tanti anni il partitino riuscì a conquistarsi un ruolo di primo piano nel panorama politico italiota.

Allo stesso tempo un secondo partitino riusciva ad imporsi all'attenzione, canalizzando i voti di protesta, quelli dei molti no-no-no-tutto ormai diffusi come le piattole, quelli di una certa parte del paese che spera eternamente nella riffa e nei soldi che piovono dal cielo e, last but not least, quelli dei fedeli seguaci di tutte le puttanate che circolano su interdet.

Fu così che i due, uniti solo dalla voglia di occupar poltrone, addivenirono a un funesto matrimonio d'interesse. Funesto, naturalmente, solo per il paese e per lo spread, giacché invece i cadreghini hanno trovato ottimi riscaldamenti a fondoschiena (al netto delle assenze in-giustificate), mentre i due partiti, dimentichi di qualsiasi problema autentico del paese, si concentravano sul reddito di nullafacenza e sulle tariffe d'importazione dei migranti.

Arrivarono alla fine le elezioni europee e il votante medio che - come da copione - non si è minimamente preoccupato di capire dove sarebbero finiti gli eletti a Bruxelles e Strasburgo, è riuscito a infilare praticamente il 60% dei suoi voti nell'area "peones" dell'emiciclo, aggiungendo ai due sopracitati anche il partito delle zucchine di mare e garantendo così all'Italia un peso politico nelle istituzioni comunitarie prossimo allo zero assoluto. Unica consolazione: almeno quelli che avevano votato i pentastelloni per protesta sono rinsaviti, speriamo in via definitiva.

Attendiamo con pazienza che il significato politico delle europee migri sul suolo italico e vedremo se qualcuno comincerà finalmente ad aprire gli occhi, fra elettori ed eleggibili, e a costruire qualcosa che somigli vagamente a un partito di governo per lo stivale.

Magari prendendo pure atto che se al nord uno dei due partiti prende il 40% mentre l'altro prende il 30% al sud, un motivo ci sarà e, invece di preoccuparsi di continuare a foraggiare venti enti territoriali più dannosi che inutili, forse, sarebbe ora di prendere atto una volta per tutte del significato delle parole di Massimo D'Azeglio: fatta l'Italia facciamo gli italiani.

Intanto, ai miei figli ma non solo ai miei, raccomando di imparare bene l'inglese, che un biglietto aereo di sola andata non costa poi troppo.

p.s.
Nell'immagine, il voto degli italiani all'estero.
Quando si parla di fuga di cervelli. 

p.p.s.
Un caro amico mi fa notare che non tutti gli elettori sono uguali. C'è sempre chi ha ragionato approfonditamente e ha scelto. Vale per tutti i partiti. Lo so.

p.p.p.s.
Lo so, lo so: con questo post ho offeso il 34,33% + il 17,08% + il 6,46% dei miei lettori. 
Magari, se sono attenti a quel che leggono, anche il 22,69% e l'8,79% e tutti quelli che pensano che la Costituzione Italiana sia un capolavoro del pensiero umano.
Ma non si sono certo offesi quelli dello 0,23% del Partito Pirata.

Però, ogni trent'anni, il punto bisogna pure farlo, no?

domenica 21 settembre 2014

I rompic... della natura.

Sottotitolo: considerazioni filosofiche del dopo-taglio-erba.

Ci sono le api, operose e utili, e ci sono le formiche. Ci sono le vespe e ci sono bombi e calabroni, tanto per stare sugli imenotteri.

Ci sono scarabei, farfalle, cavallette, afidi e libellule... coleotteri, lepidotteri, ortotteri, emitteri e odonati.
E ci sono molti altri ordini di insetti meno noti.

Tutti però si fanno, generalmente, i c...zi loro, se non disturbati e alle nostre latitudini (forse chi ha avuto a che fare con formiche legionarie o bulldog potrebbe pensarla diversamente).

E poi ci sono mosche, moscerini, zanzare e tafani.
I ditteri, i rompic...ni della natura.

giovedì 11 dicembre 2008

Considerazioni su "L'Ultimo Dogma", di Thomas Morton


Spero tutti abbiate letto il bel post di Thomas Morton "L'ultimo dogma".
Se non lo avete fatto, fatelo prima di proseguire.

Situazione grottesca e per molti versi inverosimile, quella della famiglia scientificamente aperta ed aggiornata che si ostina a nascondere al piccolo di casa la Verità sulla provenienza dei doni ad aeternum.

Eppure fa nascere diverse considerazioni.

La prima: nelle famiglie di oggi sono sempre crescenti e sempre più marcati gli stimoli a considerare i bambini dei piccoli adulti; viceversa però adolescenti e post-adolescenti restano eterni bambinoni.
Entrambe le posizioni, che pure incredibilmente convivono nelle medesime persone conducono a delle distorsioni di ruolo e di comportamento.
Chiediamo a bambini di tre o quattro anni di scegliere cosa mangiare a cena, gli diamo in mano un cellulare fin dalle elementari, permettiamo loro di ordinare i giocattoli di Natale e di regolare svariate scelte di acquisto a livello familiare. Ma al contempo ci aspettiamo di decidere (e non consigliare) quale scuola far intraprendere all'adolescente che si avvia alle superiori, se non addirittura al giovane che finisce la maturità.
E gli impediamo di affrontare la benché minima responsabilità, a scuola come nella vita, almeno fino al distacco inevitabile dal cordone ombelicale familiare... grosso modo all'età del prepensionamento dello stereotipato figlio unico.

La seconda: viviamo in una società sempre più laica e secolare, dunque il ricorso a figure prestate dal fervore religioso a rappresentare l'incarnazione folkloristica della Bontà è in drastico calo.
Non che la cosa mi rechi dispiacere: ho sempre aborrito quel misto di sacro e profano che si incarnava nell'immagine di Gesù bambino che porta i doni la sera di Natale. Lasciamo che Gesù lo si incontri in chiesa, se lo si desidera, e non affidiamogli compiti di pura manovalanza che non gli competono, se non altro per semplice gerarchia.
Il Babbo Natale della rappresentazione contemporanea risponde invece splendidamente all'esigenza di trovare una figura laica che riesca al contempo ad incarnare questa immagine della Bontà che elargisce doni chiedendo in cambio solo altra bontà.
Una figura davvero bella e che non può che far bene alle menti fin troppo egocentriche degli adulti di domani.

La terza: il pensiero corre alla fiaba di Natale che, piccolo piccolo, mi raccontava mio padre prima della buonanotte della vigilia e che ancora mi intenerisce.
E non solo per il ricordo, inevitabilmente nostalgico, delle parole dolci di mio padre, ma anche per la magia che scaturiva da quel racconto e dai sogni vividi di tutta quella splendida notte.

In ultimo: potremmo lanciare una raccolta fondi per realizzare un documentario che, dopo anni di lavoro indefesso, sveli al mondo la Verità su Babbo Natale e le sue renne. Che ne pensi, Thomas?

a presto
b_u

domenica 23 novembre 2008

Fine di un mito.


E' sempre triste, la fine di un mito.
Sia esso una rockstar, una ideologia politica o, nel nostro caso, un concetto che ha accompagnato gran parte della nostra vita lavorativa.
E' questo il caso del caro buon vecchio "Open Space", del quale parrebbe dobbiamo abituarci all'idea delle esequie premature e di una lunga fase di elaborazione del lutto.

Simbolo di libertà, uguaglianza e fraternità per gli uffici degli ultimi quarant'anni, parto della creatività del designer Robert Propst negli anni '60 alla ricerca di un ambiente che fosse un emblema della ricerca della comunicazione e della condivisione di idee, è oggi divenuto osservato speciale di due specialisti del lavoro francesi: Alexandre des Isnards e Thomas Zuber.
La conclusione cui giungono i due esperti del settore, pubblicata nel loro pamphlet "L'open space m'a tuer" parrebbe quasi sconvolgere questa immagine cameratesca e democratica che il concetto di ufficio aperto s'era conquistata.

Spazi angusti nei cosiddetti cubicoli che compongono gli alveari dei call center di tutto il mondo, ma anche semplicemente i mille disturbi tipici della condivisione degli spazi: dal vociare veryveryloud tra vicini di scrivania, al trillo dei telefoni altrui che si unisce al nostro in un mal riuscito concertino, giù giù fino agli odori molesti di qualche collega un po' troppo ormonale.

E che dire dell'ambiente vagamente a metà tra stasi, securitate e kgb costituito dal controllo costante dei colleghi spioni? Quante volte vai in bagno, quanto tempo trascorri alla macchinetta del caffè e con chi, in rete o in chiacchiere telefoniche!

E' questa, grosso modo, l'immagine sbiadita e dissacrata che del caro vecchio Open Space emerge dall'articolo a firma Alessandra Retico, comparso su Repubblica di venerdì.
Da ambiente democratico e comunicativo a realtà spersonalizzante, confusionaria e scarsamente produttiva per il costante rumore di fondo che contrasta la concentrazione.
Dalle stelle alle stalle, parrebbe.

E qui casca l'asino... anzi il somaro.

Già, perché dovete sapere che qualche anno fa il solito somaro ha cambiato ufficio.
E al momento di entrare nel nuovo edificio, in una memorabile riunione coi colleghi ci si pose il problema dell'organizzazione degli spazi e delle scrivanie.
Votammo per l'Open Space.

A malincuore, oserei dire, perché già allora, ben prima che illustri specialisti del lavoro pubblicassero le loro ricerche avanzatissime, il sottoscritto già presagiva cosa l'avrebbe aspettato.

Dal trillo insistente delle linee telefoniche altrui, fino alla maledettissima radio eternamente sintonizzata sulla stazione più noiosa del continente.
Una sorta di hit parade delle musichette di livello sanremese più banali in circolazione in rotazione continua: sono ben rari i giorni in cui la stessa canzonetta non passa 4 o 5 volte tra le orecchie del somaro (e potete immaginare quanto siano sensibili) ed ancor più rare le volte in cui, dopo supplica sui ceci di qualche ascoltatore, il deejay azzarda qualcosa che non sia usato come musichetta per cellulare da adolescenti.

Insomma, l'altro ieri, leggendo l'articolo apparso su Repubblica, non ho potuto reprimere un sorriso.
E constatare una volta di più come la banalità delle osservazioni quotidiane di chi vive una certa realtà superi facilmente per capacità previsionale le elucubrazioni più sofisticate.
Meglio la pratica che la grammatica, direbbe mio nonno buonanima.

Resta da chiedersi perché accettare passivamente la radio molesta.
Che ci volete fare, sono un democratico per natura!


a presto
b_u