domenica 23 novembre 2008

Fine di un mito.


E' sempre triste, la fine di un mito.
Sia esso una rockstar, una ideologia politica o, nel nostro caso, un concetto che ha accompagnato gran parte della nostra vita lavorativa.
E' questo il caso del caro buon vecchio "Open Space", del quale parrebbe dobbiamo abituarci all'idea delle esequie premature e di una lunga fase di elaborazione del lutto.

Simbolo di libertà, uguaglianza e fraternità per gli uffici degli ultimi quarant'anni, parto della creatività del designer Robert Propst negli anni '60 alla ricerca di un ambiente che fosse un emblema della ricerca della comunicazione e della condivisione di idee, è oggi divenuto osservato speciale di due specialisti del lavoro francesi: Alexandre des Isnards e Thomas Zuber.
La conclusione cui giungono i due esperti del settore, pubblicata nel loro pamphlet "L'open space m'a tuer" parrebbe quasi sconvolgere questa immagine cameratesca e democratica che il concetto di ufficio aperto s'era conquistata.

Spazi angusti nei cosiddetti cubicoli che compongono gli alveari dei call center di tutto il mondo, ma anche semplicemente i mille disturbi tipici della condivisione degli spazi: dal vociare veryveryloud tra vicini di scrivania, al trillo dei telefoni altrui che si unisce al nostro in un mal riuscito concertino, giù giù fino agli odori molesti di qualche collega un po' troppo ormonale.

E che dire dell'ambiente vagamente a metà tra stasi, securitate e kgb costituito dal controllo costante dei colleghi spioni? Quante volte vai in bagno, quanto tempo trascorri alla macchinetta del caffè e con chi, in rete o in chiacchiere telefoniche!

E' questa, grosso modo, l'immagine sbiadita e dissacrata che del caro vecchio Open Space emerge dall'articolo a firma Alessandra Retico, comparso su Repubblica di venerdì.
Da ambiente democratico e comunicativo a realtà spersonalizzante, confusionaria e scarsamente produttiva per il costante rumore di fondo che contrasta la concentrazione.
Dalle stelle alle stalle, parrebbe.

E qui casca l'asino... anzi il somaro.

Già, perché dovete sapere che qualche anno fa il solito somaro ha cambiato ufficio.
E al momento di entrare nel nuovo edificio, in una memorabile riunione coi colleghi ci si pose il problema dell'organizzazione degli spazi e delle scrivanie.
Votammo per l'Open Space.

A malincuore, oserei dire, perché già allora, ben prima che illustri specialisti del lavoro pubblicassero le loro ricerche avanzatissime, il sottoscritto già presagiva cosa l'avrebbe aspettato.

Dal trillo insistente delle linee telefoniche altrui, fino alla maledettissima radio eternamente sintonizzata sulla stazione più noiosa del continente.
Una sorta di hit parade delle musichette di livello sanremese più banali in circolazione in rotazione continua: sono ben rari i giorni in cui la stessa canzonetta non passa 4 o 5 volte tra le orecchie del somaro (e potete immaginare quanto siano sensibili) ed ancor più rare le volte in cui, dopo supplica sui ceci di qualche ascoltatore, il deejay azzarda qualcosa che non sia usato come musichetta per cellulare da adolescenti.

Insomma, l'altro ieri, leggendo l'articolo apparso su Repubblica, non ho potuto reprimere un sorriso.
E constatare una volta di più come la banalità delle osservazioni quotidiane di chi vive una certa realtà superi facilmente per capacità previsionale le elucubrazioni più sofisticate.
Meglio la pratica che la grammatica, direbbe mio nonno buonanima.

Resta da chiedersi perché accettare passivamente la radio molesta.
Che ci volete fare, sono un democratico per natura!


a presto
b_u

3 commenti:

usa-free ha detto...

Non ha mai convinto neanche me l'open space. Almeno mettessero LifeGate al posto di Radio Deejay :P

brain_use ha detto...

Almeno mettessero Radio Geejay...
La realtà è molto più triste. ;(

Thomas Morton ha detto...

Quelli che progettano 'ste cose guardano troppi film: quelli dove nessuno suda chiazzando la camicia e si mette a bestemmiare prendendo a pugni la tastiera del computer. quei momenti appunto in cui un non vorrebbe essere guardato. Però anche troppa intimità non è bella. Ci vorrebbe una via di mezzo.